Convulsioni, crampi violentissimi, dolori addominali e muscolari, stanchezza estrema, mal di stomaco e mal di testa, ansia, depressione e stati dissociativi: incapacità di lavorare. Esaurimento emotivo ed energetico, isolamento sociale, apatia, stanchezza cronica, disturbi del sonno, tensione muscolare, problemi gastrointestinali e cefalee frequenti: efficienza professionale compromessa. I primi sono i sintomi che per secoli si sono manifestati nei corpi delle persone tarantate nell’Italia centro-meridionale; i successivi compongono la sintomatologia che contraddistingue il burnout: manifestazioni affini di due fenomeni singolari e autonomi eppure analoghi. Se spettasse a me farne la diagnosi differenziale, le definirei entrambe a pieno titolo malattie occupazionali, che dall’antichità sino al contemporaneo rivelano all’apice del loro tracollo il bruciore interiore di chi lavora a ritmi insistenti e incerti.
È stato ampiamente comprovato il legame tra il lavoro, nello specifico quello agrario, e i tarantismi: la sindrome mordeva sistematicamente chi lavorava nei campi. L’antropologo Ernesto de Martino rintraccia un’ulteriore prova, ossia che i sintomi comparivano ciclicamente, non a caso, durante il faticoso epilogo dell’anno agricolo. Era in quel periodo che le forze produttive “misuravano se stesse nella vicenda del raccolto”;[1] nella stagione estiva si tiravano le somme e si saldavano i debiti. Le inquietudini psicofisiche di tale passaggio scatenavano in chi lavorava la terra un turbamento che pareva potersi placare solo attraverso un apparente ulteriore spreco di energie: una frenetica danza rituale. Eppure proprio cortocircuitando la logica produttiva del consumo energetico, si riusciva in un ballo prolungato ed estenuante a guarire dall’esaurimento. Si bruciava, deliberatamente, insieme, per smettere di bruciare in solitudine.
Mi domando se la mia bisnonna Irma, contadina nel centro Italia del primo Novecento, sia mai stata presa dalle ritmiche convulsioni irrefrenabili che fino a quegli anni turbavano le lavoratrici agricole. Dubito che il mio bisnonno sardo, di più alta estrazione, sia mai stato ammorbato dal pizzico simbolico dell’argia (il ragno del tarantismo isolano) e dal suo conseguente rilascio in forma coreutica. Di per certo so che a me, diversi decenni più tardi, centinaia di chilometri più a settentrione e in un contesto lavorativo ben differente e peculiare – l’ambito culturale – è capitato di sentirmi arsa. È un’esperienza estraniante ma tutt’altro che isolata. Difatti il burnout è forse la sindrome che per eccellenza contraddistingue la condizione lavorativa contemporanea. Come il morso dei ragni che tarantavano, colpisce maggiormente discriminando per classe.
Il lavoro culturale ne è un caso esemplare non perché sia il più colpito in assoluto, ma perché ne rende leggibili le logiche in modo paradigmatico. Lo racconto non solo in quanto sistema che conosco più intimamente, ma perché qui il meccanismo di cattura del desiderio, della dissoluzione dei confini e dell’estrazione, giustificata dall’identificazione affettiva con l’attività svolta, è particolarmente subdolo e potente. Inoltre, in quanto sistema strutturalmente instabile e connotato da ritmi produttivi altalenanti, così come il lavoro agricolo, questa forma di occupazione consuma maggiormente le fasce già fragilizzate in quanto precarie.
Mi chiedo però se il lavoro artistico, specchiandosi in sé stesso, sia capace di trovare rimedio alle problematiche che tanto abilmente esaspera. Nell’interrogarmi su come lə lavoratorə della cultura e dell’arte possano riflettere su queste dinamiche, torno a ponderare il precedente antropologico. Per quanto anche lə tarantatə sopportassero il peso dello stigma per la loro condizione di esaurimento fisico e nervoso, esisteva per loro una codificata prescrizione rituale condivisa che forniva alle singole soggettività le coordinate per trovare sollievo nella collettività. Come attuare e attualizzare questa pratica nel sistema lavorativo culturale contemporaneo? Un importante scarto da colmare è costituito dall’atomizzazione, frutto della competizione prestazionale istigata dalle logiche di mercato su cui si fonda e che pervade il sistema dell’arte, rendendo la ricerca di pratiche trasformative tanto complessa quanto necessaria. Non so ancora come, ma auspico che con questa consapevolezza riusciremo a trovare, insieme, strategie alternative per gettare nuovi semi e fecondare la terra inaridita del campo, tutt’altro che innocente, dell’arte.
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- Footnotes
[1] Ernesto De Martino, La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, Il Saggiatore, Milano 1961, p. 159.
Cover Image:
Costantino Nivola, La danza dell'Argia, 1972. Foto di Pietro Paolo Pinna per Ilisso Edizioni (all'interno della pubblicazione La Sintesi delle Arti). Cortesía del Museo Nivola.